Recensione: “2084 Apocalisse”

2084 apocalisse

La cura di tutte le malattie è la peggior malattia. Già nel suo prologo lo spettacolo “2084 Apocalisse” apre il dibattito nella mente dello spettatore. L’opera diretta da Filippo Renda e scritta insieme a Riccardo Corcione debutta Linguaggi Creativi offrendo continui spunti di riflessione.

Un uomo che non soffre è un suddito che non si ribella alla tirannia dice la voce fuori campo, poi si accendono le luci e inizia la storia. Ci troviamo in un mondo reduce da una guerra nucleare che ha sconvolto l’umanità, la civiltà è ora composta da individui costretti a vivere in alveari e a lavorare nella centrale geotermica che tiene in vita il pianeta. Si tratta di lavoratori perfetti, incapaci di ammalarsi, di soffrire d’ansia, di avere l’emicrania. Caratteristiche che sulla carta sembrano positive ma che nel concreto tolgono la libertà. Uomini tutti uguali, tutti omologati, tranne uno, Mauro, ed è da lui che potrà iniziare la rinascita della civiltà.

Un omaggio alla narrativa di Aldous Huxley, ma non solo. “2084 Apocalisse” potrebbe essere un romanzo, potrebbe essere un film, potrebbe essere una canzone dei Ramnestein, potrebbe essere anche un videogioco. Invece è teatro e di buona qualità. Un testo avvincente che incuriosisce e stimola, un’ottima scelta di musiche che si inseriscono perfettamente nella storia senza mai stonare, un gioco di luci e ombre che rende l’atmosfera ancora più realistica.

In scena Valentina Cardinali, Mauro Lamantia, Mattia Sartoni tengono sempre alta la drammaticità del momento con la loro recitazione e dialoghi che a volte hanno un che di assurdo e ti fanno chiedere se è tutto vero quello che sta succedendo. Lineari e coerenti Patrizio e Marta, i personaggi di Mattia Sartoni e Valentina Cardinali, più eclettico quello di Mauro Lamantia, bravo ad attraversare i tanti stati d’animo che attraversano il suo omonimo alter ego.

La scenografia minimale fa pensare di essere veramente in uno scantinato a progettare la ribellione che dovrà ridare la libertà agli essere umani, ma la domanda che nella mente dello spettatore iniziava a insinuarsi fin dall’inizio viene poi palesata anche sul palco da Mauro: “Gli esseri umani vogliono davvero essere liberi?”

Ivan Filannino

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