Promossi i ragazzi de “Il compromesso”

il compromesso

Una schiera di ragazzi e ragazze, compatti e rigorosi: è questa la prima immagine dello spettacolo “Il compromesso”, in scena presso il Teatro Filodrammatici fino a domenica 25 ottobre.
Uno spettacolo difficile e ambizioso, che si pone tante sfide.

Innanzitutto il cast, che vede in scena i neodiplomati dell’Accademia Filodrammatici. Alla loro prima esperienza professionale, i ragazzi si confrontano dopo due anni di formazione con l’arduo mestiere dell’attore. Questo spettacolo costituisce una prova importante su quanto hanno appreso durante la scuola e allo stesso tempo è la soglia oltre cui si spalanca un ambiente lavorativo certo entusiasmante, ma anche complesso e insidioso. I ragazzi superano egregiamente il test, dimostrando un buon livello di preparazione e la capacità di adattarsi a vari registri linguistici legati a personaggi, periodi e situazioni differenti della recente storia d’Italia.

Un’altra sfida notevole riguarda il testo, realizzato dalla attrice e drammaturga Angela Dematté. Un tema ostico, un testo corale, una storia che ripercorre quasi cento anni attraverso le vicende di alcune famiglie emblematiche (come non pensare al capolavoro di Marquez “Cent’anni di solitudine”?). Portare in scena “il compromesso” in un paese come l’Italia è rischioso: sviscerare in profondità le ragioni di un fattore all’ordine del giorno richiede un’attenzione costante, tanto più se dai piccoli compromessi quotidiani e personali si passa ai grandi eventi storici e politici. Ma la ricerca di Angela Dematté va oltre: “questo spettacolo è anche un’indagine sull’eredità e sull’identità. In cosa credevano i nostri padri e le nostre madri? Cosa ci hanno trasmesso? Oggi (…) in cosa crediamo? A chi apparteniamo?”. Il testo si carica quindi di ulteriori domande e riflessioni, che conferiscono allo spettacolo una pluralità di livelli di lettura e di senso. Man mano che procedono le sequenze – e con esse il tempo – avviene anche una diversificazione del linguaggio, che mescola il dialetto ai canti, la retorica di partito alle espressioni genuine popolari, la cronaca televisiva allo slang giovanile e via andare, a seconda del contesto che viene rappresentato.

Un testo complicato, quindi, e infatti uno degli obiettivi che si prefigge il regista Carmelo Rifici è appunto l’analisi e la decodifica del linguaggio. Questo sforzo rientra nel percorso artistico di Rifici che in questi ultimi anni si è concentrato sulla perdita dei riti collettivi e della memoria indagando la trasformazione del legame tra oggetto e parola. La riscoperta della Parola quale “strumento vivo e dinamico che l’uomo possiede per relazionarsi agli altri” ed entrare in contatto con il mondo dell’altro, dello sconosciuto e della fantasia, non è però soltanto un’esigenza artistica, bensì un progetto pedagogico: “il lavoro con i giovani ragazzi era (…) di utilizzare l’invenzione letteraria per mettere in relazione la loro necessità di fare questo mestiere con l’evidente ignoranza degli avvenimenti della storia e la ripercussione sulle loro vite”. Lo spazio estremamente sobrio – la sala prove – e i costumi, che esplicitano tramite le frasi cucite sugli abiti le mancanze di ciascun personaggio, a cura di Annelisa Zaccheria, sostengono l’idea registica di un lavoro concettuale che accompagni la maturazione artistica e umana richiesta agli attori. Al termine di questo “viaggio” e pronti a nuove mete, i giovani attori hanno acquisito uno “sguardo più profondo ed attento, un respiro più ampio e un uso del tempo altro”.

L’esito di questo processo non riguarda solo i singoli attori, ma anche il pubblico: i racconti e gli episodi dei vari personaggi coinvolgono gli spettatori emotivamente, ma soprattutto pongono questioni che ci riguardano da vicino sulla nostra storia di italiani, sul senso dell’onestà e della giustizia, sulla linea a volte sottile tra integrità ed egoismo, sulle sfumature di cui si può colorare la parola “compromesso” tra convenienza e accordo per il bene comune. A quali compromessi siamo disposti? E quanti compromessi abbiamo accettato senza accorgercene?

Queste domande, sono senz’altro la sfida più accattivante.

Beatrice Marzorati

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