Più giù, in fondo al blu

più giù

Appellare madre la propria mamma nell’interloquire quotidiano genera sempre una lieve ilarità. Quasi a voler offrir un monito di come la sacralità del termine madre meriti ambientazioni rallentate, meriti tempo, attenzione.

Una attenzione scura talvolta, una stasi in penombra che induca ad addentrarsi in territori di indagine relazionale dove la tenerezza stringe patti col turbamento. Più giù di Stefano Ricci, in scena al Triennale Teatro dell’Arte fino al 10 giugno, ricostruisce questa congiunzione ancestrale che si snoda fra due movimenti propedeutici: mettere al mondo e lasciar andare. Un lasciar andare che mantiene vincolati con lo sguardo, uno spectare che segue le linee tracciate da Ricci a suon di contrabbasso di Giacomo Piermatti e live eletronics di Vincenzo Core.

Suono e figure, racconto e visione producono un vedere fuori dagli occhi generato da una distonia fra quanto ascoltato e visto e quanto immaginato vedendo. Una costante tensione acuta accompagna a figurarsi un altrove, quasi come desiderio di evasione, di ristoro nella quiete della voce narrante.

Sketchbook con fondo blu portano più giù, in fondali abitati da reminiscenze quasi monocrome e abissali. Tutto a ripercorrere i margini di una madre stante al cospetto di un non ancora definito.

Alessandra Cutillo

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