Piramo e Tisbe, ridere con l’amore molto tragico

piramo e tisbe

Ancora una volta “La molto tragica storia di Piramo e Tisbe che muoiono per amore”, scritta e diretta da Renato Sarti, ha chiamato molto pubblico nella sala del Teatro della Cooperativa.

Lo spettacolo, la cui storia affonda le sue radici nella classicità, è liberamente tratto dalla commedia shakespeariana “Sogno di una notte di mezza estate”, con un significativo cambio di contesto. Infatti, i protagonisti della commedia non sono più gli artigiani ateniesi de il Sogno, ma una sgangherata impresa di pulizie, nella quale compaiono una cubana, una russa, un’emiliana, una pugliese e una milanese. Il capo della compagnia è un ivoriano leghista, El cumenda, interpretato da Rufin Doh Zéyénovin, il primo a presentarsi in scena, con tanto di fazzoletto verde nel taschino. È anche il primo, a solleticare fin da subito le risate che si manterranno quasi ininterrottamente per tutta la durata della piéce, e a catturare la simpatia degli spettatori. È immediato il coinvolgimento del pubblico: le prime battute di El cumenda e l’arrivo in scena delle donne, che giocano e scherzano con gli spettatori in prima fila, sono un chiaro preavviso di quanto la commedia si rivelerà spumeggiante e spassosa.

Ad aiutare questa complicità iniziale sono le luci, che restano tatticamente accese in sala durante la presentazione della compagnia. Fa la sua parte anche la scenografia, spoglia per la maggior parte della durata della piéce, ma efficace nel lasciare sulla scena lo spazio dovuto alla vivacità degli attori.

La molto tragica storia non sembra occuparsi delle impegnative tematiche del mito classico. Si possono invece leggere fra le righe i problemi dei lavoratori immigrati precari, si accenna anche agli stereotipi della cultura russa sovietica di Sborona (Elena Novoselova), o di quella cubana, quando Fidelia Castra (Milvys Lopez Homen) interviene alzando il pugno o cantando El pueblo unido jamas sera vencido. Né si può sorvolare sugli accenti dialettali, come quello emiliano di La Ramazza (Federica Fabiani), che colorano le battute e che contraddistinguono i personaggi delle altre donne; o tacere i vari riferimenti drammaturgici della sfortunata Pot-pourri (Marta Marangoni) che, erede di Grotowski, vuole un linguaggio teatrale nuovo. In realtà, sembra che gli attori principali di questo spettacolo metateatrale siano il ludico e il divertente. L’obiettivo primario è quello di far ridere: a ogni tentativo di Spazzolona, interpretata dalla brillante Rossana Mola, di attribuire maggiore tragicità alle peripezie dei due innamorati, la compagnia non fa altro che accendere le risate.

Forse un’ora e mezza di piéce in cui si ride a battute a volte grossolane o facilitate dai vari riferimenti sessuali, può finire per stancare. Ma viene anche da chiedersi: perché no? Andare a teatro e vedere uno spettacolo fresco e frizzante, che lascia una leggerezza d’animo anche all’uscita.

Chiara Musati

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