MIM – The Medium Is the Massage

mim

Penombra. Solo la luce di qualche candela e quella riflessa dalle proiezioni illuminano lo spazio che accoglie MIM, al Festival del Silenzio. Un piccolo spazio per pochi spettatori. Una parte di loro è chiamata a integrarsi nella performance stessa, accomodandosi sulle cinque sedie da massaggio disposte in semicerchio. Gli altri stanno a guardare, mentre i performer di Fattoria Vittadini eseguono la coreografia tattile ideata da Jacques-André Dupont.

Il progetto prende spunto dalla frase di Marshall McLuhan, “il mezzo è il messaggio”. Il mezzo che scegliamo per comunicare, il codice che utilizziamo è già di per sé portatore di significato. Concetto che risulta più chiaro dopo aver ascoltato la risposta di Rita Mazza, direttrice artistica del festival, alla domanda di uno dei ragazzi che assistono alla sua lezione: “perché ha scelto di comunicare con la lingua dei segni?” “Non è una questione di scelte” risponde lei “è una questione di identità, e il linguaggio dei segni mi identifica. Ognuno dovrebbe comunicare nel modo che più naturalmente si avvicina al proprio essere”. Il mezzo non è solo messaggio, è identità.

In MIM invece The Medium Is the Massage, il contatto fisico come mezzo di comunicazione. E chi sceglie di partecipare lo sa, sa che verrà toccato. Sulla partitura musicale di Clément Destephen, creata a partire da e in diretta conseguenza delle suggestioni tattili, i partecipanti ricevono la performance e allo stesso tempo fanno dono del loro corpo perché la stessa possa realizzarsi. Lo scambio è equo. E il dono a cui si è chiamati è ancora più generoso dal momento che si accondiscende anche a farsi guardare dalla restante parte di spettatori. Il senso che predomina in loro è invece la vista, nel gioco che gli legittima il ruolo di voyeur, mentre assistono a una coreografia rarefatta e carnale insieme.

La scenografia video è opera di Antoni Oilhack e della sua live painting proiettata sulla parete che fa da sfondo alla performance. È il blu a predominare, il colore della quiete e della stabilità. Ma anche richiamo alla nostalgia, sfumatura malinconica. Nostalgia di un corpo dimentico di se stesso, ridotto a mero involucro di anime, e risvegliato dal sonno letargico al tocco di una mano. MIM costringe lo spettatore al silenzio perché il corpo sia costretto ad ascoltarsi respirare, palpitare, abbandonarsi. Lo spettatore che si presta al gioco sa che verrà toccato, eppure sfido chiunque a non avere un sussulto di sorpresa quando la mano dei performer ti sfiora la schiena. Arriva come il brivido di una doccia gelata quando non sapevi che lo scaldabagno si era rotto, e impieghi una manciata di secondi a realizzare che la doccia si può fare anche gelata, è solo che non hai l’abitudine. La mano dei performer sulla schiena invece è calda, e decidi che puoi lasciarti toccare. Puoi smettere di pensare per venti minuti e cedere il timone al legittimo proprietario della nave dei sensi, il tuo corpo.

Alessandra Pace

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*