“L’avvoltoio”, intervista a César Brie

Cèsar Brie
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Dopo 16 date sold out al Teatro Massimo di Cagliari, Cèsar Brie torna a Milano e porta in scena a Campo Teatrale “L’avvoltoio” scritto da Anna Rita Signore. Un amaro poema visionario costruito su una moderna tragedia collettiva. Per conoscere meglio questo interessante lavoro abbiamo intervistato proprio il regista argentino.

“L’avvoltoio” racconta una storia che pochi conoscono, coperta da segreti militari e omertà diffusa. Come nasce l’idea di lavorare a questo spettacolo?
Il progetto mi è stato presentato dall’autrice Anna Rita Signore che ha indagato, ha raccolto testimonianze e ha studiato gli atti del processo scrivendo poi il testo-inchiesta sulla sindrome di Quirra. Inizialmente mi sono rifiutato di dirigerlo perché il testo aveva già una sua regia, era quella di Anna Rita, che per tanti anni è stata assistente di Elio De Capitani. Lei, però, ha insistito ed ha accettato la mia idea di regia totalmente diversa da quella originale diventando anche la mia assistente in questo spettacolo. Il Teatro di Sardegna diretto da Massimo Mancini si è dimostrato interessato allo spettacolo e così il progetto ha preso vita.

I suoi spettacoli trattano spesso temi scomodi e intrisi di impegno civile. In un paese come l’Italia quanto è importante smuovere la coscienza degli spettatori e, soprattutto, è ancora possibile farlo?
Io a volte mi occupo di cose che hanno a che vedere con quello che voi chiamate impegno civile, altre volte mi occupo di altre storie molto più intime. Quello che io cerco di fare è raccontare il presente che può essere ammirato sia in una storia intime e personale sia in una sociale. Ritengo che l’intimo sia collettivo, che il collettivo sia intimo, che il coro sia plurale e che ci sia una coralità dell’intimo. Per questo passo da un mondo all’altro senza difficoltà. Ciò che è importante in questo lavoro è conoscere ciò che sta succedendo perché è qualcosa di terrificante e spero che questo spettacolo, almeno in Sardegna, faccia riflettere. Comunque un lavoro teatrale non è un documento, ma un monumento che deve durare grazie alla sua bellezza. Questo è quello che abbiamo cercato di fare.

“L’avvoltoio” nasce da un seminario con alcuni giovani attori. La sfera pedagogica ha sempre rivestito per lei una grande importanza. Che consigli si sente di dare ad un giovane che si avvicina adesso all’arte teatrale?
In Argentina direi a tutti “Osate, fate, perché nessuno farà per voi”. In Argentina, infatti, è pieno di progetti fatti dai giovani. L’Italia è più una palude, se non sei ammanicato e legato a qualche struttura è molto più difficile fare qualcosa quindi direi “Osate, rischiate, ma cercate anche qualche struttura che vi permetta di poter mostrare il vostro lavoro”. La cosa grave della situazione italiana è che le leggi che dovrebbero proteggere i giovani attori sono leggi che in realtà finiscono per impedire loro di osare e di creare. Se non hai l’agibilità nessuno ti prende, se non hai una produzione non riesci a farlo e se riesci a farrlo i teatri grandi funzionano con gli scambi e di conseguenza tagliano fuori la maggior parte dei giovani.

Ci sono giovani attori o registi italiani che la hanno colpita ultimamente?
Si ci sono. Ultimamente un grandissimo regista come Alessandro Serra ha vinto il premio Ubu con uno spettacolo prodotto proprio dal Teatro di Sardegna che sta mostrando una strada interessante, quella di non fermarsi agli scambi ma produrre e sostenere le nuove leve. Quando si dà fiducia ai giovani, i giovani rispondono bene.

Nella sua vita ha vissuto diverse esperienze drammatiche, quanto hanno influito o continuano a influire sulla sua poetica teatrale?
La cosa strana è che io sono sempre fuggito dalla violenza e regolarmente la violenza torna a far visita a me che la rifiuto. Sicuramente le esperienze hanno influenzato il mio lavoro, ho fatto la vita di un esule, non ho più radici e in qualche modo le rimpiango. Vado avanti cercando di dire qualcosa alle persone, soprattutto giovani, con il mio teatro, però non posso dire come il mio teatro è stato influenzato perché non so come sarebbe il mio teatro se questo non fosse accaduto. Io penso che l’esilio sia, non solo una condizione, ma anche un’opportunità per conoscere altre culture sapendo di aver già perso tutto e non aver più nulla da perdere.

Ringraziamo di cuore César Brie per il tempo che ci ha concesso e ricordiamo l’appuntamento con “L’avvoltoio” a Campo Teatrale dal 16 al 21 gennaio.

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