Intervista alla Compagnia Fartagnan Teatro

aplod
foto Camilla Mazza

La compagnia teatrale milanese Fartagnan è stata fondata nel marzo del 2017 da sei giovani teatranti neodiplomati all’accademia Paolo Grassi di Milano. Al suo interno lavorano Serena Tagliabue, organizzatrice, Rodolfo Ciulla, drammaturgo e quattro attori: Matteo Giacotto, Michele Fedele, Giacomo Vigentini e Federico Antonello.

Dopo il debutto a IT Festival 2017, la compagnia ha portato in scena Aplod, il suo primo spettacolo, anche lo scorso 20 settembre al Piccolo Teatro Grassi all’interno della rassegna Tramedautore, dedicata agli under35.

Come sono suddivisi i ruoli all’interno della compagnia?
Alcuni ruoli, come la stesura della drammaturgia, piuttosto che l’organizzazione, sono ben delineati. Per esempio, Matteo si occupa anche dei video e del montaggio. Altri, invece, come la regia, sono collettivi e comportano unico passaggio alla pari. Magari stiamo montando una scena, qualcuno dice “vorrei farla così” e l’idea viene poi integrata da sei teste. Per avere ulteriori pareri, abbiamo provato allo spazio Leoncavallo e abbiamo sempre fatto vedere le nostre prove ad amici o persone dello spazio. Spesso ci siamo fatti dare da loro dei consigli perché i consigli dei non teatranti sono i più utili, dato che sono più di pancia.

Federico: Quando uno che non fa teatro ti dà un consiglio ti dice quello che sente lui, mentre quando te lo dà un teatrante, intende sempre come ovvierebbe lui a quel problema.

Rodolfo: Per esempio, il finale dello spettacolo non era così. C’era una scena in più in cui i due personaggi Jack e Save venivano lobotomizzati, però la sorella di Michele ci ha fatto venire dei dubbi perché non l’aveva capita e così abbiamo deciso di cambiare il finale. Essendo inoltre il nostro primo lavoro, avevamo bisogno di tutto l’aiuto esterno possibile. Sicuramente il procedimento è più lungo, perché un unico regista non deve mettersi in discussione con altre teste, ma in questa maniera siamo tutti più contenti.

Come lavorate?
Rodolfo: C’è un grande periodo di creazione collettiva della storia in cui cerchiamo di capire i vari snodi narrativi. Questo passaggio si fa tutti assieme, come un brainstorming. Hai presente gli sceneggiatori di Boris? È tutto uno scambio di idee, ad un certo punto della serata si è un po’ nevrotici, qualcuno urla: “Ce l’ho!” e gli altri rispondono: “Geniale!”, “Questo è oro!”.

Una cosa che ho notato molto è che i movimenti erano molto precisi…
Sì, siamo abbastanza malati, nel momento in cui dobbiamo montare siamo delle macchine da guerra, ci teniamo che quella cosa sia fatta esattamente in un modo. Passiamo delle ore a battere su un dettaglio e a spiegarne i motivi.

Com’è nata la compagnia? Eravate tutti in classe assieme?
Giacomo: La compagnia è nata dopo l’accademia, appena diplomati. Noi attori sì, Rodolfo era nella classe di drammaturgia e Serena si è diplomata in organizzazione l’anno dopo di noi. Inoltre, io, Matteo e Federico eravamo coinquilini e il mio sogno da quando ho iniziato l’accademia è stato quello di fare teatro con loro perché li ritengo dei geni e mi piace quello che facciamo. Poi, non sapendo scrivere, ho chiesto una mano a Rodolfo.

Rodolfo: Quello che ci lega è è che abbiamo tutti un forte immaginario comune derivante dalla stessa cultura cinematografica, siamo tutti settati sugli stessi gusti.

Abbiamo iniziato a lavorare su Aplod a novembre 2016 e ufficialmente la compagnia è nata il 20 marzo 2017. I Fartagnan nascono ufficialmente con l’iscrizione all’IT Festival.

Il nome Fartagnan è quello che sembra?
È un nome un po’ Dada: c’è la parola inglese “fart”, ossia peto, c’è il termine dialettale torinese “fagnan” che significa “nullafacente” e poi c’è un riferimento a Dartagnan dei tre moschettieri. Principalmente è nato per “fagnan”, perché Matteo ha un adesivo sul frigorifero con scritta quella parola e siccome dovevamo trovarci un nome in fretta per presentarci all’IT Festival, lui dal nulla ha detto: “Fartagnan!” ed è piaciuto un po’ a tutti. Non abbiamo mai pensato di cambiarlo, ci suona troppo bene, ormai abbiamo pure le magliette!

Come avete fatto a ridurre Aplod per l’IT Festival?
Federico: Semplice, abbiamo portato i primi venti minuti, il resto dello spettacolo non c’era!

Com’è stato partecipare a IT Festival 2017?
C’erano 81 compagnie a quel festival, contemporaneamente andavano sempre in scena sei spettacoli, i ritmi erano frenetici.

Ci sono molti spettacoli che trattano le tematiche dei social network e del non trovare lavoro. Non pensate che così si rischi di banalizzare questi argomenti?
Alcuni scadono nel banale perché pretendono di dare una soluzione o una morale. Quello che noi ci siamo detti è che non siamo contro i social, ma volevamo portare un paradosso per cui nella nostra società non conta la preparazione ma la spettacolarizzazione, che paga molto di più rispetto ad un lavoro normale.

Qual è il vostro target di riferimento?
Il nostro obiettivo come compagnia è quello di riportare a teatro una generazione nuova che ormai a teatro non va più, perché con Netflix, il cinema, la TV, la gente non ha più la necessità di andare a teatro ad ascoltare una storia. Non c’è più un ponte che avvicina coloro che sono nati tra la caduta del muro di Berlino e l’11 settembre al teatro. Allora abbiamo pensato di fare un po’ di citazionismo dal re Netflix!

A proposito di citazionismo… in Aplod è veramente tanto! Proviamo a ricapitolarne un po’?
Intanto iniziamo nominando Yoshimitsu, personaggio di Tekken. Poi abbiamo inserito la preghiera al sole di Solaire di Dark Souls, due riferimenti a Pulp Fiction con la valigetta e la scena della siringa, abbiamo scherzato su Revenant e Una notte da leoni, abbiamo ripreso delle frasi da Il grande Lebowski, citato Fahrenheit 451 e abbiamo ammiccato ad altri numerosi film e serie TV, tra cui Hunger Games con il distretto 13, District 9, The wolf of Wall Street, Breaking Bad, Anonymous, Lost, Hook, Capitan Uncino e Black Mirror.

Le citazioni sono una strizzatina d’occhio al nostro pubblico di riferimento. È il nostro strumento per avvicinare la gente al teatro. Ci divertiamo anche noi a renderle irriconoscibili.

Chi ha tirato fuori i tre obesi?
Rodolfo: Ci mancava una scena di mezzo, ero con Matteo e abbiamo visto “The Wolf of Wall Street” e una delle scene più belle è quella in cui lanciano i nani, per cui da lì è venuta fuori la Pappardella Challenge. Praticamente abbiamo sostituito i nani con degli obesi.

Aplod è nato con l’intento di trattare una tematica sociale attuale?
Sì, volevamo parlare del problema della disoccupazione giovanile. Il primo paragone che ci è venuto in mente è stato quello con la mariuana: perché dobbiamo sbatterci per lavorare quando possiamo venderla e fare soldi? Il secondo paragone è stato quello con You Tube, infatti la prima versione dello spettacolo si chiamava “Youtubers” e parlava di uno youtuber che faceva carriera, mentre l’amico geloso tentava di ammazzarlo. Poi a Giacomo è venuta l’idea di portarlo nel futuro e allora abbiamo cambiato la struttura.

Perché la distopia?
Ci ha aiutati molto ad entrare nella dinamica del teatro sociale, perché rimanere nel presente ci portava troppe complicazioni.

Federico: Quando a teatro fai un’ipotesi lontana dagli spettatori, ti stanno più ad ascoltare. Dici: “Non parlo di voi, parlo di un amico nel futuro che casualmente è identico a te”.

Rodolfo: è un meccanismo che troviamo tante volte nella storia della narrativa per far riflettere sul presente. Spesso capita che se parli direttamente dell’attualità arriva qualcuno che ti dice “Veramente non è così, ma…”.

Avete voluto evitare anche un po’ di polemiche?
Sì, volevamo evitare quel meccanismo di autoprotezione che mettono in atto le persone quando si sentono chiamate direttamente in causa. Noi così invitiamo solo a riflettere di una cosa di cui stiamo parlando, poi che questa stessa cosa ci sia in maniera importante anche al giorno d’oggi è qualcosa su cui pensi dopo tu a casa.

Rodolfo: E non occorre necessariamente un’ambientazione futuristica. Breaking Bad è ambientato nel presente, eppure c’è un professore che stanco di non avere soldi inizia a produrre e spacciare metanfetamina. È quello l’elemento distopico: un uomo che si deve ritrovare a fare qualcosa di illegale perché la società non gli dà modo di far vedere quanto vale. Mettila in tutte le salse, ma il nocciolo alla fine è questo. E la disoccupazione è uno dei temi che ormai va per la maggiore. In questo momento storico, è pieno di narrazioni che parlano dei “disperati cazzuti”, cioè gente sottomessa dalla società che ha delle competenze che non vengono riconosciute e allora fa qualcosa di assolutamente illegale per avere la propria rivalsa. Anche in altre compagnie questo è un tema ricorrente, perché tutti noi ci sentiamo oppressi dal sistema e vorremmo fare qualcosa per uscirne.

Pensate che nell’ambito artistico sia più accentuata la cosa?
Federico: Probabilmente sì, è un imbuto. Per passare da quel buchino e poter vivere di questa cosa devi metterti in seria discussione, come persona e come artista.

Michele: Secondo me il settore artistico è in crisi qui in Italia, ma in altri paesi funziona, per esempio in Germania, Inghilterra e Francia.

Rodolfo: Secondo me è una tematica sociale che coinvolge tutti, non solo gli artisti. Poi senz’altro, nel nostro ambito è più accentuata.

Qual è il vostro rapporto coi social?
Quello che noi diciamo a fine spettacolo è che sì, la condivisione è una malattia, ma senza noi non mangiamo. Con la condivisione abbiamo la speranza che un giorno, con un “mi piace” di qua e uno di là, si crei un sistema di gente che parla di noi. Coi social abbiamo la possibilità di mandare alla massa la nostra immagine e senza questo oggi è impossibile.
Molti bandi guardano anche quanti like ha la tua pagina prima di accettarti perché assicuri una fanbase. D’altra parte, noi non siamo molto social… ci stiamo provando ora, facciamo un po’ di video.

Michele: Facciamo giusto il minimo indispensabile.

Federico: il limite, ormai, su internet è la vergogna, non la moralità. Se te non hai vergogna e metti i video di quello che la gente vuole, hai dei riscontri.

Giacomo: Instagram è ancora peggio, è la dittatura dell’immagine!

Michele: Poi c’è anche il discorso degli haters…

Ne avete?
Michele: No, no…

Rodolfo: Ci piacerebbe!

Michele: Sarebbe utile averne, creano audience. Young Signorino si basa sugli haters!

Federico: Aveva capito tutto Fabri Fibra con le sue magliette “Io odio Fabri Fibra”.

Qual è il futuro di Fartagnan? Prossimi spettacoli? Rimarrete sempre sul comico?
Come stile, pensiamo di rimanere sempre su un linguaggio comico grottesco, che porti in scena dei paradossi un po’ tragici. È quello che sappiamo fare meglio. L’idea è quella di creare un trittico della distopia, ma non siamo ancora sicuri. Il prossimo spettacolo su cui stiamo lavorando si chiama “Human Farm” e potrebbe non essere necessariamente ambientato in un futuro distopico, ma magari nel presente. Le nostre idee sono futuribili, sono delle cose che già aleggiano nell’aria, non andiamo troppo sulla fantasia.
In ogni caso, la volontà di base è di continuare sullo stesso filone, creando una storia autoconclusiva un po’ distopica.

L’idea del trittico è ispirata a qualche trilogia in particolare?

Rodolfo: è il mio sogno da quando ho iniziato l’accademia. Molti grandi autori hanno un trittico.

Federico: Anche la Trilogia del Cornetto ci ha ispirati!

Che novità ci riserva Human Farm? Quali sono gli spunti da cui siete partiti per realizzarlo?
Innanzitutto, per questo nuovo progetto si è unito a noi anche Daniele Milani, che è un professore della Grassi che si è innamorato del nostro modo di lavorare ed è da otto mesi che ci chiede di lavorare con noi e siamo molto contenti perché è un fuori classe.
Per Human Farm siamo partiti da un suo ragionamento, per cui abbiamo notato che le ultime generazioni sono quelle che non pensano più a sposarsi, a compare casa e fare figli, ma pensano solo a lavorare. Sappiamo che per avere tutte queste cose siamo costretti a lavorare, è uno strano meccanismo massacrante dove prima di tutto si pensa ad avere una base per mantenersi.

Michele: Il sogno di una persona non è più “voglio diventare capo dell’azienda” o “voglio diventare milionario”, ma è voglio trovare un lavoro e sistemarmi, riuscire a pagare l’affitto, che è già tanto oggi per un ragazzo nella media. L’obiettivo della maggior parte dei giovani, in un paese in cui il 45% degli under35 laureati è disoccupato, è lavorare, non realizzarsi, la realizzazione viene dopo.

Federico: Essendoci una carenza di lavoro, la prima cosa che trovi prendi e lasci perdere studi e passioni. A differenza della generazione prima di noi, che tentava di realizzarsi tramite il lavoro, noi non vogliamo realizzarci, ma vogliamo sopravvivere col lavoro, buttarci in un tritacarne il prima possibile e rimanerci.

Aplod ha fatto parte della rassegna Tramedautore. C’è stato un filo conduttore fra tutti gli spettacoli? In cosa si differenzia Aplod dagli altri?
Noi abbiamo visto St(r)age di
bologninicosta e il filo conduttore tra il nostro spettacolo e il loro era il tema della precarietà degli under 35, ma pensiamo che tutto il festival fosse incentrato principalmente su quello. È una scelta coraggiosa, però anche giusta per il periodo: Michele Panella ha portato in scena tutte compagnie di under35, molte dei quali parlano di disoccupazione.

Rodolfo: Sulle differenze… Mi rendo conto che in molti spettacoli c’è poca attenzione agli aspetti narrativi, si concentrano più sulla riflessione che sulla drammaturgia. Spesso si tende a fare discorsi rivolti solo agli artisti, che possono essere compresi solo da chi è del settore.

Federico: È una masturbazione artistica, per cui chi non è del mestiere capirà il 10% di quello che vede sul palco, mentre con Aplod, mio zio ha detto che è ingegnere ha pensato per un paio di giorni a quello che ha visto in scena, perché quella frustrazione che abbiamo mostrato ce l’ha dentro.

A voi piace raccontare storie.
A noi piace raccontare storie. Ci mettiamo in contrapposizione ad un sistema teatrale in cui si è persa questa idea. Se le serie tv, i film e i videogiochi sono ancora incatenati all’idea di raccontare qualcosa, il teatro negli ultimi trent’anni ha perso questa finalità e molto spesso il tutto diventa l’esposizione di un tema. Sovente si tratta solo di esercizi di stile, Emma Dante per esempio fa questo. Va per la maggiore il teatro di figura, d’impatto, quello che cerca di coinvolgere lo spettatore non attraverso la storia, bensì con una crasi di immagini. la nostra battaglia come compagnia è quella di raccontare delle storie, scritte bene e fatte bene. Infatti la nostra base è cinematografica perché pensiamo ci aiuti molto a raccontare le storie.

Federico: In definitiva, a noi ci garba fare teatro perché proponiamo quello che noi stessi vorremmo vedere.

Col vostro spettacolo ho notato un ritorno ad una trama lineare, con una struttura molto semplice. Con i prossimi spettacoli vorrete azzardare una trama più elaborata?
Rodolfo: I film della Disney funzionano perché diventano dei cult. Di conseguenza, non sono inferiori ai film di Lars Von Trier, perché la loro struttura è solida. Io sono molto fissato sulla struttura cinematografica, soprattutto quella dei block buster perché tende ad essere chiara e ripetibile. Quindi noi siamo assolutamente intenzionati ad andare verso quella direzione. È probabile che ci sia un upgrade: cominciare a pensare ad una trama che non abbia solo un plot A, ma anche un plot B, oppure a qualche forma di narrazione diversa, però non penso che ci staccheremo mai troppo da questa formula. Anche perché noi siamo dei Netflix maniaci, non facciamo altro che guardare storie.

Ci sono già delle repliche di Aplod in programmazione?
Noi siamo a Campo Teatrale dal 27 novembre al 2 dicembre, poi abbiamo una data a Bergamo, il 17 novembre, e infine saremo il 5 marzo al Teatro Leonardo, in cui per la prima volta mostreremo lo spettacolo solo a dei ragazzi delle medie e del liceo. Ci auguriamo che piaccia, sarà una data importante per noi!

Intervista realizzata da Jasmine Turani

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