Il sogno della gioventù che non c’è più

gioventù

 

Un archivio, un archivista e un coro cangiante a ogni replica.

In scena sul palco di Campo Teatrale, fino al 29 gennaio, Il sogno della gioventù di e con Gianluigi Gherzi restituisce l’ermeneutica di uno spettacolo che vuole attingere in scatoloni archiviati le linee guida per un manifesto di gioventù futurista.

Frutto di un ciclo di incontri e riflessioni lo spettacolo indaga generazioni a confronto dando voce e spazio a una pluralità di soggettività ogni sera ignote e nuove. Il risultato della commistione è la messa in scena di un materiale collaborativo sempre alterato che produce un effetto di sospensione pur inserendosi in un intreccio narrativo gradevole.

40 scatole, 7 titoli, 1 scrittura collettiva. Non c’è pericolo di spoiler perché tutto cambia ogni sera. Per cui, essere pronti è tutto affinché della vita resti un selfie in cui impera una prosopopea delle cose che sognano iridescenti.

L’intermittenza mediale degli appunti fotografici di Luca Meola si inserisce come stasimo in un racconto frastagliato e interrotto. Gigi Gherzi è l’archivista che si destreggia con lancinante nostalgia e imperativa esortazione fra i titoli di un manuale di giovinezza. Ma che ne è stato della gioventù? Dove sono finiti i giovani?

Passando da una scatola all’altra, da una speranza a un titolo lo spettacolo cerca con delicata provocazione di liberare un sogno, di liberare una gioventù che, allo stato del presente, sembra avere una caratteristica emergenti: il vuoto.
D’altra parte, sono le didascalie presenti in scena che lo suggeriscono: i giovani non ci sono più, sono soldati della flessibilità, soldati del consumo che marciano a ritmo di una canzone della truffa.

Alessandra Cutillo

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