“Il mio nome è Caino”: intervista a Ninni Bruschetta

intervista a ninni bruschetta

Fino a domenica 19 gennaio Ninni Bruschetta sarà in scena al Teatro Menotti di Milano con “Il mio nome è Caino” di Claudio Fava e diretto da Laura Giacobbe. In collaborazione con Mi-Tomorrow abbiamo intervistato l’attore siciliano che, dopo circa 40 regie teatrali, fa il suo debutto su un palcoscenico.

Dopo “Il giuramento” la troviamo alle prese con un altro testo di Claudio Fava, quali sono le caratteristiche?
Con questo romanzo Claudio Fava ha fatto un salto mortale, lui che ha visto suo padre assassinato dalla mafia si mette dal punto di vista dell’assassino. In parte suo padre Giuseppe lo aveva anticipato quando in modo ironico giustificò gli assassini definendoli persone che facevano banalmente il loro mestiere di uccisori. Questo romanzo è importantissimo storicamente perché racconta la grande epopea della mafia, quella del passaggio dalla mafia rurale alla mafia dei killer degli anni ‘80 che porta poi agli omicidi di Falcone e Borsellino. Il tema centrale dello spettacolo che è la differenza tra Caino e Abele. In mezzo a Caino e Abele c’è tutta la nostra società. Questo viene raccontato da un personaggio di fantasia che però richiama a tanti episodi reali.

Cosa cambia rispetto alla versione del 2002?
All’epoca ne curai la regia e lo dedicai al cinema inserendo filmati che raccontavano diversi passaggi del racconto. Ora ho voluto interpretarlo perché questo testo è un paradiso per un attore, c’è una sospensione del giudizio straordinaria, permette di abbandonare completamente se stessi e mettersi nella mente folle di un killer. È molto diverso rispetto alla versione del 2002, stavolta c’è un immenso flashback con protagonisti due fantasmi in abito da sera che iniziano a raccontare questa storia. Il punto di unione è la musica, fondamentale in entrambi gli spettacoli. Praticamente è una jam session perché il rapporto con il pianoforte di Cettina Donato è chiaramente un dialogo.

Il teatro è ancora in grado di sostenere un ruolo sociale?
Sembra strano, ma sì. Il bacino d’utenza è ridotto, ma chi assiste a uno spettacolo vive un rito culturale laicizzato che crea un’influenza reale sulla società. La prova sta nel fatto che in questo momento, in cui la società è molto debole sia culturalmente sia politicamente, il teatro parla pochissimo di quei fatti su cui io lavoro così tanto. I classici e i contemporanei sono gli unici a poter incidere politicamente e socialmente imprimendosi nelle persone. Sento dire che la gente ha bisogno di divertirsi, ma non è vero perché la gente si diverte vedendo le grandi storie. Anche questo spettacolo fa ridere, ma l’argomento non si può dimenticare, ogni giorno che passa noi paghiamo lo scotto delle vittime della mafia e del dominio mostruoso che la mafia ha nel nostro paese. Un dominio che tutti conoscono, ma nessuno ne parla. Essere mafiosi non significa solo appartenere a un’associazione criminale, ma anche avere un certo tipo di mentalità.

Com’è stata l’esperienza con la fiction “Made in Italy” che, dopo l’anteprima su Amazon Prime, è attesa su Canale 5?
È un lavoro che ho apprezzato molto, sul set ho lavorato benissimo ed è stato bello costruire il mio personaggio, accanto avevo degli attori eccellenti. La cosa che mi ha entusiasmato di più di quella serie è stata l’accortezza “americana” nel curare i dettagli. Gli abiti di moda che sono reali, l’idea del giornalismo che viene data, lo sguardo alla situazione politica di quegli anni. Margherita Buy è stata bravissima a bypassare il personaggio di Meryl Streep nel “Diavolo veste Prada”. Ho trovato Giuseppe Cederna strepitoso e alla protagonista Greta Ferro va dato molto merito per il successo della serie.

Potrebbe esserci una seconda stagione?
Speriamo. Vediamo come andrà su Canale 5, io di queste cose non mi occupo, se mi richiamano sono felice.

Recentemente è stato molto critico nei confronti dell’industria cinematografica italiana, cosa non funziona?
Noi abbiamo fatto nascere il cinema, siamo la culla dell’industria cinematografica. A un certo punto, non si sa perché, abbiamo abbandonato questa cosa e abbiamo devastato il cinema, negli anni ‘70 e ‘80 registrando una crisi spaventosa. Quello che di buono arriva all’industria cinematografica, arriva dagli autori. Non da specchietti per le allodole e pacchetti che vogliono stupire lo spettatore e metterlo davanti allo schermo. Sono importanti le storie che si raccontano, lì si crea una cultura e un’industria. La gran parte di quello che noi facciamo è patinato ed edulcorato senza una funzione sociale forte, in questo modo non si può ottenere una risposta nazionale e internazionale degna di un’industria cinematografica, per questo motivo ho detto che l’industria cinematografica italiana non esiste. Mi chiedo anche come possa un giovane italiano pensare di fare un film. È difficile far leggere una sceneggiatura, avere ascolto da chi produce. In Italia l’attività di formazione è scarsa parliamo di pochissime scuole riconosciute nel campo del cinema e del teatro. Il mercato è falsato, il sogno americano del ragazzo che in poche parole racconta il film al produttore e ottiene i soldi per farlo, in Italia non esiste.

Ha già visto Tolo Tolo?
Ancora non sono riuscito, ma sto tremando perché so che batterà il record di “Quo Vado” e non potrò più dire di aver partecipato al film che ha incassato di più nella storia del cinema italiano. Scherzi a parte, Luca Medici (alias Ceccho Zalone ndr) è un genio e sono molto felice della scelta di aver rinunciato a un po’ di comicità in favore di un discorso chiaro, civile e culturale. In questo modo si costruisce l’industria cinematografica, in Italia ci sono prodotti industriali nel senso nobile del termine, le produzioni Taodue ne sono un esempio. Esiste un ambiente in grado di fare industria, bisogna puntare su quello e dare più possibilità ai giovani. Io ho appena fatto 58 anni e mi sento ancora giovane, dico sempre che io ho lavorato per i giovani da quando ero giovane. L’Italia non ha nessuna attenzione sotto questo punto di vista, tutti abbiamo figli eppure sembra che non ce ne freghi un c…

Che progetti ha per il futuro?
Probabilmente un disco a giugno con Cettina Donato, è l’unica cosa che ancora non ho fatto.

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