“Il fu Mattia Pascal”: intervista ad Alberto Oliva

alberto oliva

Manifatture Teatrali Milanese ospita al Teatro Litta “Il fu Mattia Pascal” di Luigi Pirandello, il grande romanzo sulla crisi dell’io, in cui l’autore siciliano mette in campo il desiderio di cambiare identità, di avere una seconda possibilità dalla vita, che ci consenta di cancellare tutto il passato e ricominciare da zero una nuova esistenza.

Ne abbiamo parlato con il regista Alberto Oliva.

Com’è nata l’idea di portare il scena quest’opera pirandelliana?
Nasce da un percorso di rilettura dei classici che con I Demoni stiamo facendo da diversi anni. Dopo avere lavorato nel 2014 sull’Enrico IV, siamo tornati a Pirandello con la voglia di partire da un romanzo e non da un testo teatrale, per avere maggiore libertà di lavorare sulle sue tematiche e sui suoi personaggi, senza il peso delle convenzioni teatrali che allungano e rendono un po’ vecchi alcuni suoi testi che nascono già teatrali.

In questo 21° secolo, questa versione 2.0 del’900, dove si ragiona di identità digitale, di avatar, di nickname, di furto d’identità, le tematiche pirandelliane pensi che siano più che mai attuali?
A me non piace la parola “attuale” e credo che non sia questo che vada ricercato nei testi classici nell’atto di riportarli in scena, bensì la loro universalità, ovvero la capacità di cogliere alcune dinamiche umane che sono sempre valide e sono capaci di dirci qualcosa di noi. Tutte le ricadute sull’attualità le lasciamo fare agli spettatori, che sono appunto in grado di cogliere con facilità le affinità tra il furto di identità digitale e il tentativo di Mattia Pascal di scomparire. Ma, partecipando a un convegno sul tema con uno psicologo, gli ho sentito dire un mese fa che lui ha ben quattro pazienti che hanno cambiato identità e vivono lontano da casa con un altro nome, creduti morti da tutti i loro conoscenti e dallo stato. E stiamo parlando del 2019. Quindi, sì, Pirandello è attuale, ma la sua forza è saper parlare a ciascuno di noi di un desiderio che abbiamo tutti di libertà, di fuga dalla realtà, di liberazione dai vincoli della famiglia e delle relazioni sociali. Qualcosa che è connaturato al nostro essere umani.

Nel titolo della piece c’è un riferimento ad un lavoro cinematografico di Hitchcock, ritieni che ci sia qualcosa di potenzialmente hitchcockiano in questo testo di Pirandello?
Sicuramente è un riferimento che abbiamo messo apposta per far cogliere questa affinità, che abbiamo perseguito nei codici dello spettacolo e in particolare nel ritmo. E in un sapore di bianco e nero un po’ retrò che rende meravigliosi alcuni film di Hitchcock.

Con Mino Manni hai costruito, nel corso degli anni, un’affinità elettiva che si è concretizzata nella condivisione di un’associazione, e in una pluralità di progetti teatrali, pensi che sia una sorta di tuo alter ego, un po’ come Mastroianni lo è stato per Fellini?
Sì, abbiamo fatto quasi venti spettacoli insieme, esplorando molti autori e l’affinità si è evoluta e ci ha consentito di completarci e di crescere. Più che un alter ego, sono sempre più convinto che Mino sappia cogliere e interpretare quel tipo di personaggi che io non capisco fino in fondo. Il bello di portare avanti un progetto con un interprete di cui si conoscono bene le corde e le potenzialità è proprio quello di confrontarsi con personaggi che da dentro si possono capire in modo diverso che da fuori. Mi aiuta a cogliere degli aspetti umani che non mi appartengono e io aiuto lui a vedere altri punti di vista. Possiamo rendere più tridimensionale il nostro approccio ai testi e a sospendere il giudizio, proprio perché vediamo cose diverse, tutte legittime.

Quando hai presentato per la prima volta agli interpreti il progetto teatrale del “Fu Mattia Pascal” cosa ti aspettavi da loro?
Mi aspettavo che fossero molto condizionati dalla fama “scolastica” che avvolge questo romanzo, unita quindi a un senso di pesantezza e di letterarietà, che ho provato a smontare giorno dopo giorno, portandoli a cogliere l’ironia e la leggerezza che ci sono dentro. Li ho fatti giocare molto i primi giorni di prova per arrivare a delle caratterizzazioni in cui ci mettessero molto di loro stessi, qualcosa che proprio non si aspettavano. Poi li ho anche messi ad animare le sagome per il teatro d’ombre con cui comincia lo spettacolo e lì mi hanno finalmente conquistato. E da quel momento in poi ci siamo divertiti molto e lo spettacolo ha cominciato a volare.

“Il regista è una persona cui tutti fanno continuamente delle domande”, condividi questa affermazione di Truffaut, e quale domanda da parte degli attori ritieni che sia più ricorrente?
Di solito gli attori ti chiedono sempre “come lo vuoi il personaggio” e io vorrei sempre rispondere che non lo so, perché il modo in cui lo voglio è sempre la sintesi fra il testo e l’attore che lo interpreta in quel momento, il tutto inserito nel mio disegno globale. E’ come chiedere al contadino come vuole che sia l’albero da frutto che innaffia tutti i giorni. Lo vuole bello e rigoglioso, ovviamente, ma non si mette a plasmare le foglie, ma a innaffiare le radici e a fare in modo che sia l’albero a crescere autonomamente lì dove lo ha piantato per dargli i frutti migliori.

Intervista realizzata da Danilo Caravà

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