Identikit di una donna: (in)esistenze a teatro

identikit di una donna

Il cartellone del Teatro Litta (Manifatture Teatrali Milanesi) si chiude con la prima nazionale di Identikit di una donna, ideato e diretto da Antonio Syxty, ricco del testo “Il filo pericoloso delle cose” di Valeria Cavalli, e ispirato, non da ultimo, al (e dal) cinema di Michelangelo Antonioni.

Syxty con questo spettacolo sembra voler mettere a nudo il suo modo di fare teatro – le fitte trame celate dal sottile velo del falso. Atteggiamento forte sicuramente dell’affinità con l’ècole du regard francese, ma soprattutto fedele a un’idea di arte (performativa e comportamentale) che si impegna nel gioco di mascheramento della definizione, tracciando o ripercorrendo quel filo pericoloso e vago da cui scaturisce una storia, qualunque storia.

Seducenti le protagoniste femminili, nel loro essere i due volti che mai si confondono di una stessa medaglia, superbe nelle loro fragilità, altere e languide come le donne di Antonioni, Caterina Bajetta e Bruna Serina di Almeida recitano – e vivono, come vorrebbe il regista – alcuni dettagli di quella storia possibile. Storia già avvenuta, oppure no, moltiplicata in altre che, proprio come dei fili, si vengono a intrecciare sul palcoscenico nei movimenti lineari delle donne, a loro volta intersecati con l’uomo. La recitazione sicura di Guglielmo Menconi porta in scena voce – quasi – fuori campo, occhio nudo del regista; ora Syxty, ora Antonioni – che importa?
La scelta di mantenere le luci fisse non pietrifica la scena, anzi pone in maggior risalto i movimenti dei (non)personaggi, queste luci si accendono e si spengono all’occorrenza, permettendo al colore di avere il sopravvento in un gioco di ombre, non sempre preciso ma eloquente.

La scena, che pare decostruita, è corredata da due grandi schermi che, oltre a dar vita ai giochi di ombre e luci, arricchiscono la pièce con estratti significativi di alcuni film di Antonioni, altrimenti suggerendo ora citazioni ora spunti letterari, e veri e propri appunti di lavoro. La simultaneità forse può confondere, ma non pare preoccupare il regista, che anzi con lo spaesamento sembra ottenere l’effetto voluto, non senza qualche svolazzante sfoggio di cultura, che ci auguriamo incuriosisca e non sminuisca lo spettatore digiuno di belle lettere.
Forse la lentezza cui ci si abbandona al cinema d’autore, a teatro produce un sentimento meno sicuro e quieto: l’occhio dello spettatore davanti a un palcoscenico non si può affidare interamente al regista, può addirittura finire per perdersi, e le conseguenze (fortunatamente) non possono essere predette dal copione. La sfida, per nulla agevole, potrebbe essere proprio qui: confondere e ricomporre, dimenticare i ricordi e ricordare ciò che si è dimenticato, accettare l’incompiutezza, proseguire per conto proprio, tornare indietro.

Piace anche a me ricordare, infine, la celebre lettera di Roland Barthes Cher Antonioni, a cui il regista italiano non fece in tempo a rispondere: l’artista sa che il senso di una cosa non è la sua verità, questo sapere è saggezza, una folle saggezza.

Arianna Lomolino

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