Hermada: la voce dei monti

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Via privata Hermada 8, Milano: questo è l’indirizzo del Teatro della Cooperativa. Una curiosa coincidenza, come se l’urbanistica complice del destino avesse già deciso che questo teatro, così sensibile all’impegno civile, dovesse prima o poi farsi portavoce della storia di quel monte, il monte Hermada, scenario della tragedia della Grande Guerra.

Renato Sarti firma la regia dello spettacolo “Hermada, strada privata”, in scena fino al 17 aprile in Prima Nazionale. A parlare sono proprio i due monti: l’Hermada nei pressi di Monfalcone, baluardo inespugnabile dell’esercito austro-ungarico a difesa di Trieste, e il Monte San Michele vicino a Gorizia, che gli italiani cercarono disperatamente di conquistare durante le Battaglie dell’Isonzo.

I due monti raccontano le paradossali vicende che diedero inizio alla guerra e poi le tante, piccole storie che animarono i loro pendii: i combattimenti, le amicizie, la vita di trincea, i gesti eroici, le lettere inviate ai propri cari… All’immaginifico dialogo dei monti che parlano con voce altisonante si alternano i canti e le parole dei soldati, in particolare di un giovane friulano, papà di Rinuccia, impegnato sul Monte Hermada e di un ragazzo sardo della Brigata Sassari, che morirà infine sul Monte San Michele. Le loro storie personali rievocano tenerezza, la speranza mista alla disperazione, il desiderio misto alla paura “noi, torneremo?”, diventando simbolo di un’umanità più ampia che su quei monti consumò la propria esistenza per pochi metri di terra. E i due monti, che sono in realtà poco più che colline, osservano dall’alto delle loro cime quel brulichio di uomini che come formichine si avvicendano, combattono, muoiono sui loro versanti. Ma non si tratta del regolare corso della vita umana, in questo caso non c’è ragione che possa giustificare lo sterminio inutile di tantissimi giovani ragazzi.

Appare quindi ancora più assurda quella guerra – assurda come tutte le guerre, del resto – spietata e senza senso, e la natura stessa s’indigna, diventa partecipe e si unisce a quelle voci di sofferenza, di rabbia e di orrore. Si piange per il giovane caduto e per i versanti lacerati dalle trincee e dai mortai, per il massacro dei soldati e per il gas e le bombe che uccidono qualsiasi forma di vita, per l’inutile carneficina e per la terra e i fiumi colorati di rosso per il tanto sangue versato. Il grido dei monti, feriti e sdegnati, si trasforma infine in un sussurro, nel vento che scompiglia i fili d’erba, le foglie, i fiori sotto i quali riposano migliaia di giovani anime.

In “Hermada, strada privata” l’invenzione teatrale è tanto più efficace poiché ricorre a fonti storiche precise ed esatte: le storie raccolte da Renato Sarti con la consulenza di Fabio e Roberto Todero, Lucio Fabi e IRSML Friuli-Venezia Giulia, sono documentate e reali. La metafora quindi dei due monti, che si trasformano in testimoni e “giudici” di ciò che accade sui loro fianchi, non toglie verità al racconto e dà anzi ancor più respiro, rendendo epica la tragedia della Brigata Sassari e del papà di Rinuccia ma non per questo meno autentica.
Le scene realizzate da Carlo Sala, con l’ausilio del disegno luci di Luca Grimaldi, sono efficaci e suggestive: l’alba, la notte, i flash dello scoppio delle bombe trasformano il paesaggio e sembra quasi di trovarsi tra quei monti, in attesa di scoprire se si riuscirà a sopravvivere.
L’intensità e la commozione del racconto è senz’altro dovuta anche alla eccezionale interpretazione dei due attori, Alex Cendron (Monte Hermada) e Valentino Mannias (Monte San Michele), monolitici durante la narrazione (la regia forse ha sottolineato eccessivamente questo aspetto), imponenti e austeri proprio come due monti, ma coinvolti e coinvolgenti.

Per concludere, prendo in prestito le ultime parole della poesia di Ungaretti “Sono una creatura”, scritta proprio sul monte San Michele: “Come questa pietra / è il mio pianto / che non si vede. / La morte / si sconta / vivendo”. Grazie alla poesia, al teatro e all’arte, vicende accadute cento anni fa si esprimono ancora oggi con voce potente, reclamando per quelle giovani anime la memoria e soprattutto la vita.

Marzorati

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