“Una casa di bambola”, la recensione: hai detto bambola?

una casa di bambola
foto di Tommaso Le Pera

Al Teatro Franco Parenti torna “Una casa di bambola” di Ibsen, per la regia di Andrée Ruth Shammah con Filippo Timi, interprete dei tre ruoli maschili. Ma protagonista è l’allodoletta, la bambola, interpretata con gentilezza da una brava e ferma Marina Rocco; entra in scena dalla platea, commossa, e poi è un attimo, supera il velo che delimita la quarta parete, ed è Nora lo scoiattolino che canticchia e si muove giocosamente per il salotto borghesuccio di casa sua, è Torvald il motore dei suoi movimenti, dei suoi gesti e pensieri.

Una volontà di maggior aderenza al testo sembra mirare a contenere le esuberanze di Timi, che ben sa strappare una risata al numeroso pubblico che chiama, sebbene il sarcasmo di Ibsen abbia tinte certamente più austere. Non sembra perfettamente a suo agio Timi costretto nel classico, le sottigliezze dell’autore norvegese gli sbeccano lo smalto, ma è senza dubbio bravo nel gestire il terzetto, passa con fluida velocità dall’ordinario Torvald al malato dottor Rank, al procuratore Krogstad, senza rinunciare a virtuosismi e piccoli passaggi di registro, non sempre pertinenti.

C’è da dire che non sovrasta Nora sulla scena, Nora la ribelle che in fondo così tanto consapevole della propria ribellione non sembra, però infrange uno schema, ed è questo che conta, o che contava – e che chiamava lo scandalo – in epoca Vittoriana. Oggi Casa di bambola non smette di parlarci, non si tratta solo di una forma, per quanto necessaria, di emancipazione, la misoginia manipolatoria del testo non è molto lontana da un costume riconoscibile, senza andare troppo lontano nel tempo e nello spazio.

Non si può dire comunque di non essere stati avvertiti, si tratta di Una casa di bambola, quella di Timi e della Rocco, guidati con sicurezza dalla Shammah, è un lavoro complessivamente ben fatto, tanto nella scenografia quanto nei costumi. Tre ore che vedono in scena ottimi interpreti, da non dimenticare Mariella Valentini, la signora Linde, convenzionalmente opportunista e forse la più aderente all’orginale.
Il pubblico è attento, partecipa entusiasta, eppure, come ogni classico che si rispetti, per quanto interpolato, il finale, dalla prima battuta, lo si conosce già.

Arianna Lomolino

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