Donne, attrici, assassine

assassine

La sera che ha accompagnato Milanoteatri al Teatro Libero era cupamente piovosa e particolarmente nebbiosa, un sottofondo calzante per lo spettacolo in programma: “Assassine” diretto da Manuel Renga.

Uno spettacolo con un cast tutto al femminile, in cui Monica Faggiani, Paola Giacometti, Elena Ferrari, Silvia Soncini e Arianna Aragno rievocano la storia – la vera storia – di cinque assassine e allo stesso tempo interpretano il ruolo di attrici delle stesse, andando così a mettere in scena una finzione nella finzione.

Il testo di Tobia Rossi si concretizza, dunque, in un’abile rappresentazione metateatrale, in cui si alternano i delitti delle pazze assassine e le prove tormentate dello spettacolo che andrà a rappresentarle.

L’architettura viene giocata con efficacia ed equilibrio, ora toccando l’inquietudine delle storie delle assassine, raccontate attraverso monologhi, ora riportando leggerezza durante gli episodi divertenti che vivono le attrici, mediando gli estremi di una narrazione che viene restituita orrorifica e ironica allo stesso tempo, grazie anche a una recitazione degna di nota.

Le luci in scena regolano l’andamento dello spettacolo nello spettacolo, seguendo con significatività il passaggio da una parte all’altra della finzione. Il tutto all’interno di una scena disegnata sulle linee topiche di un film horror o di un brutto sogno, impreziosita però dai costumi delle attrici, che offrono peraltro un tocco caratterizzante ai personaggi.

Proprio questa ingegnosa struttura restituisce il tema di Assassine: le attrici si confondono con le donne di cui raccontano i crimini, lasciandosi influenzare e toccare da quell’istinto del male racchiuso in qualsiasi cuore umano, finendo così per lasciarlo libero. Lo spettacolo sembra farci considerare quanto il male sia qualcosa di assolutamente normale e banale; è sufficiente un unico passo per “oltrepassare il guado”, come dicono le attrici, ed essere protagonisti del peggio che abbiamo in noi.

Il male, quindi, salta da una parte all’altra della (meta)finzione, unico punto fermo della narrazione, ora drammatico, ora burlesco, ma sempre reale, come le storie delle assassine, le notizie che riceviamo tutti i giorni, i nostri stessi istinti, che richiedono nella vita vera un ascolto sincero della nostra essenza, che fonde il male e il bene allo stesso modo e una precisa scelta di campo, di qua o di là dal guado.

Chiara Musati

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