Disequilibri circensi e intervista a Ivana Trettel

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La distanza tra il circo e la realtà.

La compagnia mista di detenuti ed ex detenuti della casa di reclusione Milano Opera ha presentato, lo scorso cinque maggio a Campo Teatrale, la sua più recente produzione (2018), in veste di vincitrice del premio Enea Ellero per il teatro sociale, assegnato dall’associazione Anna Pancirolli.

Disequilibri Circensi immerge in un’atmosfera di felliniana memoria la possibilità di un gruppo di clown di mettersi in pista a raccontare e (perché no) ridere delle proprie miserie.
Trasfigura l’eccesso e la meraviglia di corpi fuori controllo.
Trasfigura il non sentirsi parte di una società in cui si cerca comunque, e con tutte le proprie forze, di richiamare all’attenzione e alla cura. Alla non indifferenza.

Risulta però obbligatorio fare qualche cenno sulla realtà di Opera Liquida, che quest’anno ha compiuto dieci anni di vita e che, sotto la guida di Ivana Trettel, ha costituito una realtà che non è solamente produzione di spettacoli della compagnia stabile di detenuti ed ex detenuti.
Da un anno a questa parte, Opera Liquida fa parte del progetto Per aspera ad astra, la grande rete di compagnie di carcere capitanata da Armando Punzo. “Grazie a questa adesione abbiamo potuto”, ci racconta Trettel, “oltre ad approfondire il lavoro di formazione degli attori, attivare corsi professionali di tecnica audio luci e laboratori di costume teatrale con il supporto di professionisti del settore come Salvatore Vignola e Silvia D’Errico, ma anche Luca De Marinis e Domenico Ferrari.”

Per sfatare alcuni luoghi comuni, quindi, a Opera Liquida non si fa terapia.
“Assolutamente no. Si lavora. Con professionalità e unitamente al supporto di professionalità”, ci dice ancora Trettel. “Noi facciamo teatro. E il teatro è un luogo straordinario di evoluzione per chiunque. Io credo che la cosa interessante sia proprio lavorare insieme per un obiettivo comune. La colleganza e l’assenza di giudizio sono concetti che mi porto dietro da dieci anni. Sono due principi irrinunciabili e sono l’unico modo in cui riesco ad approcciarmi al resto del mondo. Non c’è una somministrazione di sapere, ma un incontro di prassi, di intenti, di sincerità, di volontà e dispiaceri. Se poi ciò ha conseguenze terapiche, si tratta di effetti collaterali.”
Tutto questo lavoro pare avere il fine di creare ponti con l’esterno del carcere.
“Anche perché poi in questo mondo dove viene perpetrata continuamente l’omologazione, in realtà c’è bisogno forse di portare la diversità come valore.”

Tra le altre cose, La compagnia indice il festival Prova a sollevarti dal suolo, che ha raggiunto oramai la settima edizione e che si svolge alternandosi fra il teatro presente proprio all’interno del carcere e lo spazio da cento posti che l’associazione gestisce all’idroscalo. Anche il pubblico è sempre misto di civili e detenuti. Detenuti che incontrano, due volte al mese circa, anche i ragazzi delle scuole medie e superiori nell’ambito di un altro progetto di inclusione, che si è scelto di chiamare Stai all’occhio: “i detenuti partono per incontrare i ragazzi e portano dei monologhi o delle piccole letture. Poi si apre un dibattito, un momento di scambio, fatto di domande e risposte.”

E che tipo di incontro avviene?

“Dipende dalle scuole. Paradossalmente nei liceali c’è un impalcatura ingombrante che a volte risulta un po’ poco proficua. Per esempio ci mettono moltissimo a scaldare l’atmosfera perché forse hanno delle sovrastrutture dovute al fatto di dovere fare delle domande intelligenti, ma poi arrivano. Arrivano perché trattiamo temi che toccano chiunque, la paura, il gruppo, la sovraesposizione. Poi più i ragazzini sono a rischio e più incontrano i detenuti. Entrano in empatia, perché li ammantano inizialmente di un fascino. Io sento sempre dire che queste nuove generazioni sono staccate dalla realtà. Io credo solo che il mondo degli adulti non li sappia leggere. Li riempiono di ansie e continuato a sbattergli addosso un sacco di ansie.”

G. è un attore della compagnia e ha appena finito di cambiarsi dopo lo spettacolo. Deve fare in fretta perché lo aspetta l’autobus della scorta per il rientro e il resto del gruppo sta ancora smontando le scenografie. Riguardo agli incontri con i ragazzi, però, ci tiene a precisare una cosa. “Non andiamo a insegnare niente”, dice. “Andiamo a raccontare la nostra storia e a raccontare cosa significa per noi lavorare in gruppo e stare con gli altri, senza nascondersi dietro al degrado o alle difficoltà. Poi se andiamo nei quartieri più a rischio e ci chiedono come fare per evitare di fare la nostra fine, io mi limito a rispondere loro elencando quello che ho perso in questi anni di carcere”.

Confronti e incontri. Progettualità e lavoro per azzerare le distanze e costruire collegamenti con l’esterno. Opera liquida è questa cosa qui. Lavoro duro e perseveranza senza la minima autoreferenzialità. Mettersi in gioco e condividere ognuno il proprio percorso. Giocare. Scrivere per chi, tra gli attori, ha anche voglia scrivere i propri testi.
Azzerare quelle distanze che lo spettacolo andato in scena cerca di raccontare.

“Le distanze le creiamo noi”, incalza G. “Quello che ho raccontato oggi con il nostro spettacolo fa parte del mio vissuto. La fuga, la guerra, la navigazione in mare e quella dell’anima. Le distanze le creiamo noi anche con chi ci sta fisicamente vicino, non c’è bisogno di scappare lontano per crearle. Dobbiamo vivere di persona alcune cose per poterle capire fino in fondo.”

E qui torniamo allo spettacolo. Perché Disequilibri Circensi racconta le distanze. Le distanze interpersonali. Ma solleva anche una riflessione sulle distanze che intercorrono tra il circo e la realtà che ci circonda. O per meglio dire, sulla distanza che crediamo ci sia. Ogni quadro raccontato da questo coro di nasi rossi narra un trascorso specifico. Addii e partenze forzate, padri e i figli che si perdono e si ritrovano, lettere spedite nel tentativo di ristabilire un contatto con ciò che si è perso. Lettere che a volte arrivano a volte no, ma nelle cui parole risulta sempre chiara una cosa: io sono. Io ci sono e sono vivo. Il naso rosso indossato in scena dagli attori è, del resto, proprio l’emblema non tanto del fare, quanto dell’essere. Del desiderio di essere consapevoli di sé e delle scelte effettuate, dei viaggi iniziati e del coraggio con cui questi vadano portati fino in fondo. “Voglio sapere perché la vita mi ha messo questo naso”. Ma il vero clown è anche colui che riesce a realizzare il momento in cui quel piccolo naso rosso è necessario toglierlo. Il momento in cui il disequilibrio della maschera cerca un appiglio sicuro proprio nel gesto di calarsela dal volto.

Voci nel coro spezzano le immagini della detenzione e della sopraffazione dell’uomo sull’uomo. Meravigliosamente calzante risulta anche qui la scelta degli artisti circensi, come allegoria del sentirsi in gabbia e della volontà di una fuga. “Io sono”, ripete il coro “ma ho trovato un mondo che ama solo sé stesso”.

Il circo, con i suoi colori e con la sua dimensione dai colori saturi e le atmosfere oniriche, riesce a rendere poetico anche ciò che è più difficile da raccontare e da ascoltare. Difficile come seguire delle orme nella neve. Difficile come seguire con lo sguardo un funambolo in equilibrio sulla corda, che cerca di arrivare alla fine del suo percorso. Difficile. Ma non impossibile.
Basta, a volte, trattenere il fiato e affidarsi.
Perché anche la lettura delle cose più complicate possa risultare poetica.

Dario Del Vecchio

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