“Collaborators”: chi è il mostro?

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“E’ l’uomo che lotta col mostro, Mikhail. E il mostro vince sempre”

Partiamo da qui, dalla frase chiave del testo di John Hodge per parlare di uno spettacolo che si candida seriamente ad entrare nella top five (ma forse anche nella top three) della stagione.

L’uomo dovrebbe essere Mikhail Bulgakov, uno dei più grandi scrittori del novecento. Il mostro, invece, dovrebbe essere il più terribile dittatore di tutte le Russie, un georgiano con un nome impronunciabile, Iosif Vissarionovic Dzugasvili, da tutti conosciuto con un soprannome che fa ancora tremare le gambe: l’uomo d’acciaio, ovvero Stalin.

Nessun dubbio, no? Noi tutti siamo pronti a fare il tifo per l’eroico (e ammalato) Bulgakov e a puntare l’indice contro il tiranno. Ma John Hodge, il geniale sceneggiatore di Trainspotting ci sorprende e ci sbatte davanti agli occhi un epico dilemma. Cosa succede se il tiranno improvvisamente diventa un bonaccione baffuto costretto a soprusi ed angherie dalla sola ragione di Stato (mi preoccupo della sopravvivenza dei contadini e del loro raccolto del prossimo anno o di quella del popolo e del loro pane della prossima settimana?) e il nostro eroe si presenta ai nostri occhi come un capolavoro di incoerenza, pronto a rivedere i propri ideali di un’intera vita in nome del benessere e della sopravvivenza della propria famiglia?

Ed ecco compiuta, nel giro di un’unica opera teatrale scritta divinamente, quella missione etica che fa del teatro un micro-organismo essenziale, vitale, necessario per la nostra sussistenza. Una missione che ci fa riflettere, dubitare, discutere, che ci chiama ad una presa di posizione anzitutto nei confronti dei nostri stessi preconcetti. Comodi, sicuri, borghesi.

Bruno Fornasari prende il testo di Hodge e lo trasforma in un piccolo gioiello. Una macchina teatrale semplice e complessa al contempo dove tutti gli ingranaggi si incastrano perfettamente. Si ride, e tanto, per due ore e mezza, e ci si commuove, il tutto senza mai smettere di agitarsi sulla poltrona per via di quel costante sedimento di inquietudine che si insinua gradualmente nel nostro pensiero. Per chi tifo? Da che parte sto? Dunque ho sempre ragionato in modo errato? Che cosa mi è sfuggito finora?

Il tema rischiava di risultare ostico e anacronistico: l’uomo, la cultura, il potere, la democrazia, la Russia, la tirannia e il proletariato. Ma il ritmo della piece, che procede indiavolato dall’inizio alla fine, ci conduce in un vortice di cui comprendiamo la portata solo quando lasciamo la sala tra scrosci di applausi e parziali standing ovations. Solo allora capiamo quanto questo lavoro abbia parlato a noi e alla nostra contemporaneità di uomini inseriti in una società che supponiamo democratica. Perché l’uomo e il mostro sono ancora oggi gli stessi, con vesti e modalità differenti. Non è forse lo stesso schema alla base della riflessione andreottiana ne “Il divo” di Sorrentino? La mostruosa inconfessabile contraddizione: perpetuare il male per garantire il bene…

Un lavoro corale saldamente condotto da Bruno Fornasari, che può contare su un cast numerosissimo, coeso e in perfetta sintonia. Difficile scegliere tra il Bulgakov di Tommaso Amadio, lo Stalin di Alberto Mancioppi, la Yelena di Emanuela Caruso o il Vladimir di Marco Cacciola. Ottimamente scelti anche i ruoli secondari, con citazioni speciali per il divertentissimo dottore di Emanuele Arrigazzi, per il Vassily di Enzo Giraldo e per la Praskovya di Elisabetta Torlasco.

Fabrizio Visconti si inventa un disegno luci che restituisce efficacemente la sensazione di penombra e polvere di casa Bulgakov, aiutato dall’ottima scenografia (con sorpresa finale) di Erika Carretta e Silvia Trevisani.

Si esce pensando: viva il teatro! Non può esistere complimento migliore.

Massimiliano Coralli

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