Cleopatras, una per cui la guerra non è mai finita

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Come di sovente capita quando ci si imbatte in contaminazioni, il rischio è di incespicare o balzellare, con madida coerenza coi tempi moderni, in geografie creative che avviluppano in stati d’animo dalla forte connotazione erotica, ora esasperata, ora di sconfinata solitudine. Una climax rovesciata poco ortodossa e assai atavica.

Come al limite dell’ortodossia si muovono i Tre lai di Giovanni Testori. Tra lamentazioni, balbettii, concitamenti che sospingono in innalzamenti progressivi seguendo il percorso nei mondi della trascendenza del secondo più celebre degli svagati viaggiatori, il Sommo. Cleopatras configura l’esordio dei tre amori carenti perché intinti e strappati. Cleopatras è l’inferno nel viaggio testoriano.

Ed è l’inferno delle caverne di Bene che fa da prologo alla Cleopatras di Mino Manni, è il rosso di un cencio del potere che avvolge una reina decadente, forse già decaduta. Una reina svedovata e martoriata, una reina dal dolor per sempro, ecco, squartada, che me par d’esser, non più la sublima Cleopatra, ma ’na manza ovver vaccascia buona domà per esser de tutti i camionisti la ciavassa!

Il taglio e l’adattamento registico offrono un sentore di rottura a squarci, un bighellonare in tempi, linguaggi, sinestesie differenti tali da produrre un delirio dissociato.

La Cleopatras di Manni è sola sulla scena, non soltanto perché lapalissianamente rispondente a un monologo ma perché abbandonata a sé stessa in un’ebrezza di stati d’animo, danze e parti da seguire, far susseguire. Marta Ossoli è sola su una scena ardimentosa incarnando con carica copiosa una guerra interna che non accenna a finire. Mossa da danze e movenze triviali, evocante figure mitologiche formate da crasi fra la Berté e una tarantolata, la Ossoli risulta assai convincente negli sprazzi in cui sveste gli orpelli e resta ancor più sola, silenziosamente se stessa, trafelando uno scioglimento non urlato capace di render onore alla lingua testoriana che sfida la fissità del già detto o, anz’anzo, del non ancor detto.

Alessandra Cutilo

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