Il calapranzi e l’impossibile logica della violenza

calapranzi

Qualche anno fa il maestro Danio Manfredini, già all’apice di una carriera anarchica e fenomenale, disse “Non mi sento ancora pronto per fare Shakespeare”. Una frase di grande umiltà, che rivelava il suo sentirsi piccolo di fronte all’enormità. Il non aver ancora imparato abbastanza.

E se questo è valido per il bardo, allo stesso modo dovrebbe esserlo per Harold Pinter che con la sua scrittura criptica, metaforica e violentissima, ha sconvolto le regole della drammaturgia del secondo Novecento, condividendo questo privilegio con Samuel Beckett.

Questo non significa che sia vietato provarci. O che, anzi, non possa essere addirittura utile e necessario, perché se da un lato è vero che approcciarci con devozione ai testi – monumento del teatro rappresenta un atto di rispetto quasi dovuto, dall’altro la sfida con l’immenso, con l’impossibile, con il genio può stimolarci ad una crescita collettiva. Per chi mette in scena e per chi osserva.

Sceglie questa seconda e impervia strada la giovane compagnia Alta Luce Teatro che, con notevole coraggio e un pizzico di apprezzabile incoscienza porta in scena uno dei capolavori del Premio Nobel Pinter. Quel Calapranzi che ha spesso messo in difficoltà anche le compagnie più affermate, affidando la regia alle giovani mani di Luca Ligato, con la bella Elisabeth Annable e Gerardo Marinelli sul palco, nei panni dei due killer Ben e Gus.

Ligato sceglie una strada alternativa, affidando il ruolo del killer-capo Ben ad una donna (non chiarissima la scelta: Ben parla di sé al femminile ma Gus si rivolge spesso a lei/lui come ad un uomo) e liberando completamente il palcoscenico da ogni elemento (compresi i due famosi letti, che compaiono solo nel primo quarto d’ora per poi sparire). Tutto si basa sulla relazione tra i due killer, e anche qui Ligato gioca d’azzardo, proponendo, a sorpresa, un rapporto in cui trova spazio, a volte, una tenerezza che finora non avevamo intuito nel testo pinteriano. Buon elemento di riflessione per noi.

C’è però un’insistenza nella ricerca di una logica, laddove la logica sembrerebbe non esserci. Un’indagine psicologica laddove, per dichiarazione d’intenti dello stesso Pinter, la psicologia andrebbe esclusa. Il risultato non è disprezzabile ma, inevitabilmente, questa strada porta a rendere quasi invisibile l’elemento chiave del testo di Pinter, ovvero quella violenza strisciante, tutta giocata sui silenzi, sull’inutile attesa, sull’assenza di significato delle poche cose che accadono, sull’inevitabilità di sottostare ad un potere “altro”, invisibile, mai materialmente percepibile. E così la tensione scende e ci godiamo meno il finale a sorpresa, anche perché non veniamo adeguatamente informati del doppio significato della parola “gas”, del possibile molteplice utilizzo delle parole “fire”, “burn” e “water”, forse le uniche reali chiavi per percepire un parziale significato logico in questo testo.

Ma c’è tempo per crescere. L’abile intuizione scenografica, con scatole trasparenti che scendono da tutte le parti, l’ottimo utilizzo delle poche luci a disposizione e la coraggiosa sfrontatezza di alcune scelte denotano una certa abilità nel maneggiare la macchina registica, quindi possiamo senz’altro valutare questa messinscena come un’interessante rampa di lancio per future ulteriori analisi, pinteriane e non.

Massimiliano Coralli

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