Beethoven, un inno all’amore

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Eternamente tuo
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Eternamente nostri

Queste le meravigliose e indimenticabili parole che Ludwig Van Beethoven ha dedicato alla sua amata immortale, in una lettera del 1812 che non è mai stata spedita. La sua identità è ancora oggi un mistero: è una donna l’oggetto di questa passione oppure è la musica? E’ a quest’ultima, infatti, che Beethoven ha dedicato tutta la sua esistenza, e l’ha amata profondamente fino all’ultimo giorno; l’ha resa eterna e lei l’ha ricambiato rendendolo eterno a sua volta. “La musica è il vincolo che unisce la vita dello spirito alla vita dei sensi, nella musica l’uomo vive, pensa e crea”, afferma Beethoven.

Amore, arte, musica e vita in un’unione profonda. “L’amore ci rende immortali” dice Corrado d’Elia, perché è l’unico momento in cui noi diciamo “per sempre”. Un vero inno a questo sentimento è lo spettacolo “Io, Ludwig Van Beethoven”, nel quale la storia del compositore viene narrata con trasporto da d’Elia e in teatro si respirano davvero amore, magia e bellezza, anche nei momenti di rabbia e dolore. La scenografia è essenziale, bianca, con pareti lisce, uno sgabello al centro del palco; non serve altro perché andrebbe ad invadere lo spazio scenico che la musica ha bisogno per diffondersi liberamente ed esprimersi, per avvolgerci, mentre la voce di d’Elia ci emoziona con la sua narrazione e giochi di luce e colore danno risalto ad attimi salienti del racconto e alle armonie che li accompagnano.

L’attore, seduto sullo sgabello per tutta la durata dello spettacolo, ci racconta la storia di Beethoven, della sua vita, della sua musica, accompagnando la voce ad una gestualità da musicista, e a momenti è il narratore, a momenti è Beethoven stesso che parla. Ci racconta di un’infanzia difficile, di un padre violento e alcolizzato che pensava solo a sfruttare le disposizioni musicali del figlio e gli imponeva interminabili odiate ore di esercizi; ma arriva il momento in cui la sua avversione per questa tortura svanisce, ed è quando il talento irrompe in tutta la sua bellezza ed energia.

Beethoven quindi studia con vari insegnanti ed inizia a tenere concerti e a viaggiare, richiesto a gran voce. Cominciano le pubblicazioni delle sue opere e vivrà i primi amori ed idilli, ma anche molte delusioni che, unite alla sordità che lo stringerà man mano in un silenzio fisico, lo trasformeranno in un una persona chiusa e restia ad ogni convivenza di società. La voce narrante di D’Elia, i suoi gesti un po’da pianista e un po’ da direttore d’orchestra, estratti delle opere di Beethoven e ricercati effetti di luce ci accompagnano in un’altra dimensione: non siamo più in teatro, ma siamo dentro la musica, dentro l’anima del compositore e del suo genio, dentro la sua interiorità inquieta e le sue dolorose esperienze esistenziali. E’ un genio, un uomo mentalmente avanti rispetto al proprio tempo; una dote naturale che indirizza la sua vita al di là delle convenzioni dell’epoca e della banalità delle vicende quotidiane, verso il rifugio e conforto dato dalla sua musica, e dall’esigenza di dare forma e vita a quella voce interiore che riecheggia dentro sé.

Viene descritto con un aspetto trasandato e un carattere rude, difficile, scontroso, quasi misantropo; è questa la verità e la sua arte si è presa tutta la sua bellezza, oppure è la malattia che scopre di avere, il sentimento di impotenza, la rabbia e il dolore che lo assalgono a renderlo così? D’Elia urla tutta la disperazione di Beethoven e il suo strazio di fronte all’idea di vivere una vita priva di suoni, e non si può non sentire una stretta al cuore. E’ un momento di crisi profonda; Beethoven si ripara quindi nella sua vita interiore che diventa un mondo ricco di ideali e valori, di spiritualità, di gioia e amore per la natura, di lotta contro il destino e di fede in un trionfo del bene, tutte note del suo animo tormentato. « Noi, esseri limitati dallo spirito illimitato, siamo nati soltanto per la gioia e la sofferenza. E si potrebbe quasi dire che i più eminenti afferrano la gioia attraverso la sofferenza », afferma in un suo scritto. E’ la musica di quegli anni a dare quindi voce al suo dolore, ed ecco che, a fianco di elementi tipicamente classici, Beethoven inserisce note romantiche ed innovative, a momenti quasi audaci. E raggiunge l’essenza della bellezza, il prezioso elisir che d’Elia definisce ‘musica piccola’: poche note che racchiudono in sé un mondo intero di poesia. E’ allora che, completamente sordo, scrive la sua opera suprema, un inno all’amore, alla gioia e alla fratellanza universale: la Nona Sinfonia.

La sera che venne presentata al pubblico per la prima volta fu un successo folgorante; Beethoven stupì tutti inserendo un coro all’ultimo movimento, e un pubblico in delirio salutò la grandezza del suo genio sventolando un mare di fazzoletti bianchi, al posto degli applausi che lui non avrebbe potuto udire. Magia e commozione scaturiscono dalla recitazione di d’Elia, e ci si lascia trasportare da queste dolci sensazioni. Tutto lo spettacolo è un alternarsi di emozioni come gioia e dolore, passione ed inquietudine, disperazione, intessute in una trama impalpabile di note pervase d’amore che coinvolgono e fanno sentire profondamente partecipi, vibranti di poesia vissuta; è l’amore di Beethoven verso la sua musica, di d’Elia verso il genio e la musica del compositore, di entrambi verso il proprio mestiere, esigenza del cuore e dell’anima di raccontare e raccontarsi, ognuno con il proprio linguaggio. Siamo alla fine della rappresentazione, ma nell’aria ci sono ancora quelle note, c’è ancora quella voce intensa, ed entrambe risuonano nelle orecchie e nel cuore; è l’arte che parla e vuole comunicarci ancora il suo messaggio, come dice Beethoven stesso: “Dobbiamo ascoltare quella voce che sta dentro di noi….. L’arte è una rivelazione profonda….. è verità e bellezza… se ne cogliamo il senso potremo liberarci, per sempre, da ogni miseria…..”
Da vedere e rivedere.

Olga Bordoni

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