Acqua di colonia e la cattiva coscienza di topolino.

Frosini/Timpano

Chi, come il sottoscritto, è nato e cresciuto in zona Taliedo-Monforte a Milano facilmente ha rivolto al papà o alla mamma la domanda: “perché la Maccallesi (soc. calcistica 1927) si chiama così?”. La maggior parte dei genitori allora lo sapeva: la battaglia di Macallè e la Guerra di Abissinia erano nei racconti dei loro nonni. I più preparati sapevano anche che i colori sociali (Blu, azzurro e giallo) erano sulla bandiera del reggimento italiano coinvolto nella battaglia.

Questa informazione andò a cumularsi ad altre in una di una conoscenza inoperosa (condivisa con quasi tutti gli italiani) costruita con modi di dire (Amba Aradam), con nome di giochi (la carnevalesca Menelicche), con bevande esotiche (karkadè), capolinea di tram (Axum), ritornelli di canzoni (“A Tripoli “, “Faccetta nera”)

Una cultura silente che in ognuno dei tasselli di cui si compone (anche il più innocente) nasconde guerre, stragi e sopraffazioni. Informazioni latenti che noi italiani non riusciamo a far emergere e ricollocare in una realtà storica precisa.

Ardua impresa spetta quindi al duo Daniele TIMPANO ed Elvira FROSINI in “ACQUA DI COLONIA”: disvelare l’ipocrisia de “ITALIANI BRAVA GENTE” e al contempo dimostrare come e perché l’atteggiamento ambiguo dell’Italia e degli italiani nei confronti dei migranti sia retaggio, tra le altre cose, di 60 anni di colonialismo e della mancata catarsi collettiva dallo stesso.

Il palco del PIMOFF si presenta sostanzialmente vuoto. In scena una sedia inadeguata sulla quale è seduta EVELYNE S. AFAAWUA (inconsapevole testimone e passiva protagonista) e il duo FROSINI TIMPANO che dà il via ad un brainstorming aspro e  guizzante che  ha  l’obiettivo di cercare materiale per uno spettacolo che risvegli le coscienze degli Italiani.

Come ogni brainstorming che si rispetti vanno a ruota libera rievocando fatti, canzoni e scritti che, con garbato cinismo e delicato sarcasmo, vengono proposti al pubblico.

Si ride tanto e tanto amaro durante l’esegesi di “Angeli neri” tipo Tognazzi/Agus a San Remo negli anni ‘50. E’ invece un riso quasi doloroso e di sorpresa quello che accompagna l’ossimoro concettuale che vede il personaggio dei fumetti più amato dai bambini partire, con tanto di gas, per raggiungere i commilitoni in Africa orientale: “Topolino in Abissinia”. In questa canzone scritta da Crivelli (per intenderci lo stesso di “Maramao perché sei morto?”) il topo promette alla sua mamma “di mandarle una pelle di un moro per farsi un paio di scarpe” e al papà: “tre o quattro pelli per fare i cuscini della Balilla”. Un riso beffardo accompagna lo studio di un testo d’appoggio (Da Corto Maltese a Lucarelli) o di una corrente filosofica (del pensiero Kantiano a quello Hegeliano).

Al termine del brainstorming abbiamo il canovaccio, le luci, i costumi e gli oggetti di scena.

Evelyne torna tra il pubblico e la lectio magistralis di storia contemporanea di FROSINI e TIMPANO sull’Italia coloniale può avere inizio,

Come la prima parte anche la seconda scorre amaramente divertente, cruda e veloce.

Il colonialismo italiano viene presentato nelle sue diverse configurazioni dipendentemente dal periodo storico e dal luogo.

Intellettuali italiani si rapportano alle colonie e ai “colonizzati” : da una parte Montanelli che ancora una volta rivendica il suo “madamato”: “500 lire per un somaro, un fucile e una ragazzina di 12 anni”. Dall’altra Pasolini che non riesce ad adeguare le sue chiavi di lettura della contemporaneità neppure al somalo/borgataro Ninetto.

Fino alla struggente ultima scena (di grande impatto l’effetto globale luci/azione/suono) in cui il massacro si compie attraverso il più cupo degli incubi disneyani.

Le battute conclusive sono declamate da un gorilla di peluche (occupa il posto di EVELYNE)  e suggellano impietosamente  la fine dello spettacolo. Un finale amaro e inatteso che disorienta. FROSINI e TIMPANO abbandonano un pubblico fiducioso e attento, fino a quel momento condotto su un percorso di conoscenza e redenzione,  in un vicolo cieco dove non esiste salvezza. Emotivamente d’effetto ma politicamente discutibile.

Ispirati nei monologhi (Pasolini, Montanelli, Viaggio del colono) ed incalzanti nei dialoghi FROSINI e TIMPANO ci accompagnano all’interno di un progetto corale forte, scientifico, ben condotto con atmosfere emotivamente coinvolgenti e vicende narrate con passione.

Uno spettacolo di cui è difficile liberarsi.

Visto al PIMOFF 31 gennaio.

Roberto DE MARCHI

Giallo

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